Ci sono paesaggi che più che essere semplicemente attraversati, sembrano chiederti di fermarti e guardare meglio. L’Islanda è una terra che porta con sé un’immagine paradossale: quella di un luogo incontaminato, lontano, separato. Ma forse “incontaminato” è una parola che non esiste davvero. Nessuna terra è mai completamente separata da ciò che la circonda. Anche l’Islanda, pur nella sua distanza geografica e nella sua identità sembra sia attraversata da scambi, relazioni, influenze. E forse è proprio questa tensione tra il desiderio di preservare ciò che si è e la necessità di entrare in relazione con ciò che è altro a renderla così interessante.
A prima vista mi è sembrato di attraversare una terra austera, a tratti quasi spoglia. Una distesa di lava, rocce, muschi e montagne, poche tracce umane, dove il paesaggio sembra essersi fermato a un tempo primordiale. Eppure è bastato fermarsi un poco per accorgersi che questa terra è tutt’altro che immobile. L’acqua scorre ovunque nei ruscelli che attraversano la roccia, il calore sale dal sottosuolo, le aree geotermiche ricordano continuamente che sotto una superficie apparentemente silenziosa c’è un’energia che continua a muoversi. È qui che si è svolto il 30° Incontro Internazionale sugli approcci dialogici e riflessivi nel trattamento della psicosi. Forse perché anche il Dialogo Aperto si trova oggi in una terra di passaggio, in una superficie sulla quale molte cose sono state costruite e consolidate, ma sotto la quale continuano a muoversi domande, energie, possibilità. Trent’anni sono abbastanza per guardare indietro, riconoscere un percorso, misurare ciò che è stato costruito, domandarsi in quale direzione stia andando il suo movimento.
Quando il Dialogo Aperto è stato pensato, la domanda era come incontrare una persona in crisi e la sua rete in un modo diverso. Da quella domanda è nato un modo di lavorare che ha messo in discussione molte delle certezze della psichiatria e dei servizi di salute mentale, l’idea che la crisi debba essere immediatamente ricondotta a una diagnosi, che la risposta debba necessariamente essere individuale, che il professionista debba essere colui che sa e che la rete familiare e sociale costituisca, al massimo, uno sfondo. Il Dialogo Aperto ha introdotto un’altra possibilità nell’incontrare la persona dentro le sue relazioni, nel lasciare spazio alle diverse voci, nel tollerare l’incertezza, nel costruire insieme un linguaggio quando ancora non esiste una spiegazione condivisa. E soprattutto nel riconoscere che la crisi non appartiene soltanto all’individuo, ma accade dentro una rete di relazioni e può essere attraversata anche attraverso quella rete.
Il rischio dopo trent’anni, è che ciò che era nato come una trasformazione dello sguardo venga progressivamente trasformato in un metodo. Un insieme di procedure, strumenti, competenze. Credo che oggi il punto non sia esclusivamente “fare il dialogo” ma continuare a interrogare il modo in cui pensiamo la crisi, la sofferenza, la cura e le relazioni. E forse oggi la domanda non è solo come possiamo trattare la crisi in modo dialogico, ma anche quale tipo di società rende possibile una cura dialogica. Una domanda che sposta il nostro sguardo perché il Dialogo Aperto non può essere soltanto una tecnica da aggiungere all’interno di servizi che continuano a funzionare secondo logiche evidentemente diverse. Se il dialogo implica tempo, ascolto, pluralità delle voci, tolleranza dell’incertezza e attenzione alle relazioni, allora mette necessariamente in discussione anche l’organizzazione dei servizi, il modo in cui concepiamo la responsabilità professionale, il rapporto tra istituzioni e comunità, il modo in cui immaginiamo la cura. Ci chiede che tipo di servizi, di comunità e di relazioni vogliamo costruire, perché il dialogo ha bisogno di tempo, di persone disponibili ad ascoltare senza sapere già dove arriveranno, di luoghi nei quali l’incertezza non venga immediatamente vissuta come un fallimento, di reti.
Il punto quindi, non è più soltanto come trattiamo la crisi, ma come costruiamo contesti nei quali le persone possano attraversare una crisi senza essere immediatamente trasformate in diagnosi, casi o utenti.
Nei giorni del meeting, gli islandesi erano chiamati a esprimersi sulla possibilità di riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione Europea. La scelta è stata quella di non riaprire quel percorso. Mi ha colpito, al di là del dato politico, la possibilità di leggere questa scelta non semplicemente come una ricerca di isolamento, ma come una domanda sul modo in cui stare in relazione con ciò che è altro da sé, quanto avvicinarsi, quanto appartenere, quanto preservare della propria identità.
Anche l’idea di una terra “incontaminata” può allora essere guardata in modo diverso. Forse ciò che chiamiamo incontaminato non è ciò che non entra mai in relazione con l’altro, ma ciò che riesce a mantenere una propria identità pur continuando a essere attraversato. E il Dialogo Aperto? Mi chiedo quanto debba preservare della propria identità per non diventare semplicemente una delle tante metodologie disponibili. Per molto tempo abbiamo forse pensato al Dialogo Aperto come a qualcosa che doveva essere preservato nella sua autenticità, quasi fosse necessario proteggere alcuni principi originari dal rischio di essere diluiti. Ma una pratica viva non può rimanere immutata. Per continuare a generare deve entrare in relazione con altri saperi, altre culture, altre esperienze, altri modi di intendere la cura. Contaminarsi significa lasciarsi modificare dall’incontro, ma non significa necessariamente perdere se stessi. Anzi, forse è proprio attraverso la relazione con ciò che è diverso da noi che possiamo capire meglio ciò che siamo.
Forse è questo uno dei passaggi che il Dialogo Aperto è chiamato ad attraversare oggi, non scegliere tra purezza e contaminazione, tra identità e apertura, ma imparare a contaminarsi senza dissolversi.
L’Open Dialogue è nato in un contesto storico, culturale e istituzionale preciso. In trent’anni ha attraversato paesi, sistemi sanitari, culture professionali e comunità molto differenti. Mi piace pensare che la parola “aperto” possa avere un significato ancora più ampio: essere aperti non significa essere senza confini, né rinunciare a ciò che ci identifica. Nella mia idea significa accettare che i confini possano essere attraversati e che l’incontro con l’altro possa trasformarci. E forse la sfida del Dialogo Aperto oggi è rimanere sufficientemente radicato da non perdere la propria identità e sufficientemente aperto da poter essere trasformato. Un equilibrio nelle tensioni, più che nelle risposte definitive. Sotto la superficie, qualcosa si muove sempre. E una delle domande che mi porto è quale energia vogliamo che continui a scorrere attraverso il dialogo aperto.
Sono tornata dall’Islanda con la sensazione che 30 anni di Dialogo Aperto rappresentino una soglia sulla quale fermarsi per un momento e ascoltare.
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